Radici

Non gli avevano spiegato come facessero le piante a nascere da semi tanto piccoli.
Una mattina li avevano spalmati su una striscia di cotone e li avevano irrorati. La maestra aveva detto che bastava solo un po? d?acqua, luce e tanta cura.
Tutti i bambini della classe avevano ricevuto semenze diverse. A lui erano capitati i fagioli, di quelli che Mama Ester usava per preparare il cous cous alla domenica. Gli piaceva, anche se non era buono come quello che cucinava nonna Zeli.
Quando le ronzava intorno, la vedeva sempre affaccendata tra l?orticello e i cesti di canne che intrecciava a mano.
Era stata lei ad insegnarli i nomi dei legumi che usava in cucina, ma non gli aveva mai fatto vedere dei fagioli. Forse perch? non crescevano in Marocco, o forse era solo perch? non piacevano a nonna Zeli.
Era successo all?improvviso: la sera era andato a dormire e la mattina successiva erano l?, germogli verde pallido che si alzavano da cotone altrettanto pallido.
Li aveva osservati meravigliato, facendo mille congetture su come potessero essere nati dal niente, fintantoch? sua madre non lo aveva trascinato a fare colazione.
Allora avevano fatto il gioco dei perch? e nemmeno lei gli aveva saputo rispondere, ma aveva capito che tutte le piante condividevano le stesse radici.
Per questo la vista di quelle piantine lo rallegrava: era a conoscenza di una cosa che sua nonna invece ignorava.
Non gli sembrava vero, proprio lei che conosceva tutto, dalle storie di Lalla Aisha al-Bahria a come spennare i polli durante le occasioni di festa, non sapeva di cose tanto semplici come fagioli.
Avrebbe dovuto portarle dei semi, Mama gli aveva assicurato che un giorno sarebbero tornati in Marocco.
Cos? aveva portato le piantine con s? per mostrarle alla maestra, con un sorriso a trentadue denti per tutto il tragitto da casa a scuola.
Sembravano un po? provate, quella mattina, le foglie si erano fatte mollicce. Forse perch? le aveva irrorate con una doppia razione d?acqua, con il risultato che le piantine ora galleggiavano su una zattera di cotone.
Quando le aveva esibite orgoglioso agli altri compagni di classe, questi lo avevano guardato come si guarderebbe un sacco della spazzatura. E non aveva capito se le loro occhiate sprezzanti fossero riservate a lui o alle sue piantine.
Non li conosceva ancora bene, si era trasferito a Castelverde solo da poco. Prima con i suoi abitavano a Cremona, ma non avevano abbastanza soldi per permettersi la casa in cui vivevano.
A lui non era dispiaciuto lasciare quella citt?, sempre troppo fredda. Gli mancava il Marocco, a dire il vero, ma anche Castelverde gli piaceva.
– Tornate al tuo paese, mostro!
Dario lo aveva spintonato per cancellargli dalla faccia quell?espressione stupita che Mahmoud doveva aver messo su. Non aveva capito cosa volesse dirgli, quando Dario parlava sembrava pi? grugnire che emettere parole.
– Sei sordo, oltre che nero?
Lo aveva chiamato nero?
Avrebbe voluto scuotere la testa: era il colore della sua pelle, dopotutto, mica un insulto. Mama gli aveva spiegato che i loro antenati avevano volato troppo vicino al sole e si erano scottati.
Eppure il tono di Dario era cattivo, lo fece sentire indifeso; come se quella pelle fosse brutta, una carcassa puzzolente.
Come se avesse scelto lui di averla cos?. Ma era colpa dei suoi antenati, mica sua.
– Nero! – ripeterono gli altri, incattiviti.
Allora gett? via i germogli e pianse, lui che sapeva delle piante e delle radici che condividevano; lui che aveva creduto di poter fare lo stesso con i suoi nuovi compagni di scuola.
Ma a loro non piaceva la sua pelle, dovevano essere diversi.

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