L’esattezza dei primi versi

Li ho visti entrare uno per uno, come in un film a rallentatore che non cambia mai di prospettiva. Primo fra tutti mio padre. Aveva un sorrisone sulla faccia, come se quella fosse la situazione pi? facile del mondo, come se per amare cos? ci fossero voluti passi brevi e veloci, facili ed elementari. Mia madre era dietro di lui, si vedeva che aveva pianto. La tradivano gli occhi lucidi e un sorriso storto, macchiato di una malinconia triste e dolcissima, di quella stessa mestizia che provano gli innocenti, i puri di cuore. Si erano portati dietro un libretto consumato e vecchio di anni. Aveva le pieghette su tutte le pagine che meritavano attenzione e la copertina raggrinzita, col titolo cerchiato da una chiazza prepotente di caff?.
Era successo dentro a uno di quei bar che avevo visitato in chiss? quale momento della mia vita passata. Il libro era una raccolta di poesie di Saba, il primo poeta per cui ho provato un amore folle, di quelli turbolenti e bellissimi, che s?insinua sottopelle lento, e non t?abbandona pi?. Mi commuoveva, il fatto che se ne fossero ricordati. Ho passato anni e anni a portarmi quel libro dentro al letto, ad addormentarmici come fosse un amante da abbracciare, un uomo da cui cercare protezione quando la vita, libera e impervia fuori da l?, risultava un accumularsi di passi tristi e deludenti, e non c?era niente che prendesse una forma, o una direzione.
I miei erano arrivati in anticipo. Poco a poco, come gocce che cadono da un rubinetto stanco, sono arrivati tutti gli altri a riempire la stanza. Mia zia, che sembrava felicissima, aveva la faccia stirata di quelli che hanno appena ricevuto una bella notizia. Mio cugino, con la solita battuta scema a fior di labbra e l?umorismo da bambino. Sara, con un fiore in mano che non sapevo riconoscere, ma che era di un arancione acceso, un puntino di colore sotto ai vetri tutti uguali che correvano alla mia sinistra. Qualcuno aveva lasciato una bottiglia di vino. Non era costosa, ma con quel bianco ci avevo fatto cene su cene. Era come il simbolo di tutti i sabato sera passati intorno a un tavolo, a parlare di film francesi e vite ammaccate, a rincuorare i nostri cuori insoddisfatti con le carezze di un clarinetto e a imboccarci, portata dopo portata, di parole buone, imprevedibili e sincere. C?erano tutti, quegli amici da banchetto. Stavano l?, a parlarmi ancora senza razionalit?, per avvelenare tutte le banalit? di circostanza e ricordarmi senza sosta e fino all’ultimo che non c’era da perdersi.
Stavamo facendo una grande festa. Stavamo facendo di una stanza anonima un film in bianco e nero, fatto di piccoli gesti e poche parole. C’era retorica in tutti gli sguardi e non era necessario dirsi la verit?, mirare dritti al punto.
In quella stanza bianca come la bugia che ci stavamo raccontando, in quel mio momento di disgraziato protagonismo, potevo dire davvero di essere felice. Non c?era niente che avrei voluto cambiare. Non c?era carezza che avrei potuto rifiutare. Di fronte a me se ne stava un mucchio di persone che a mala pena si conoscevano fra loro, eppure eccole, tutte raccolte, a farmi da famiglia.
Dopo quel giorno, in ogni loro domani, avrebbero cucito un legame su quel ricordo preciso, composto di ridicola spensieratezza.
La nostra non era ipocrisia, non era rassegnazione.
Qualche infermiera di passaggio si fermava curiosa sotto la porta, attratta da una cricca disordinata di tipi assurdi e chiassosi. Faceva sentire increduli, avere sotto agli occhi un affetto cos? grande. Li ho guardati tutti, viso per viso, per fissare i lineamenti, per ricordarmi delle lentiggini infinite di mia zia, dei denti perfetti di Sara, della poesia, dentro a ogni pezzo di pelle scoperta e in mezzo alle dita intrecciate a farsi forza, delle bocche e della voce, nascosta dietro a tutte le ultime parole che mi hanno dedicato in quella stanza d?ospedale.
La paralisi che mi aveva portato a quel finale felice non aveva tolto niente alla freschezza, delicata e fugace, di momenti e persone cos?, che mi avevano accettata, che mi avevano capita.
Soprattutto mia madre, con la sua ossequiosa religiosit? che la teneva attaccata alla vita e mio padre, che ai sentimenti ha sempre dedicato un posto fra le ultime fila delle priorit?.
L?ultima cosa bella ? stata la gentilezza improntata sui volti e nei silenzi di tutta quella gente, quando ho chiesto a mio padre di rileggerla, la prima poesia di Saba che ? stato inizio e senso di tutto il mio amore e che in quel momento, a risentirla, mi sembrava un?ironia dolce-amara, l?avvisaglia di un destino che non avrei mai potuto prevedere.
Faceva cos?:

Amai trite parole che non uno
osava. M?incant? la rima fiore
amore,
la pi? antica difficile del mondo.

Amai la verit? che giace a fondo, quasi
un sogno obliato, che il dolore
riscopre amica. Con paura il cuore
le si accosta, che pi? non l?abbandona.

Amo te che mi ascolti e la tua buona
carta, lasciata al fine del mio gioco.

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