La propria direzione

Fiocco di neve non ha mai avuto cos? tanta paura in vita sua. Le campane hanno gi? suonato undici volte e lui sa – perch? tutta la vita ? stato preparato a questo – che manca un solo rintocco a Natale. Si aggrappa forte forte alla schiena di Nuvola e guarda in gi?, verso la Terra. Anche se ? quello che tutti si aspettano da lui, non ha alcuna intenzione di buttarsi. Fiocco di neve inizia a tremare ed ogni spasmo del suo piccolo corpicino lo fa indietreggiare un po?, fino a che non si ritrova chiuso nelle braccia rassicuranti della Mamma.

– Cosa c??, piccolino? – chiede lei dolcemente.

– Ho tanta paura, Mamma –

La Mamma sorride e stringe a s? il suo piccolo Fiocco, attenta a non rovinare i suoi bei cristalli proprio adesso che tutta la Terra potr? vederli.

– Devi essere coraggioso, piccolino. Di cosa hai paura? –

Fiocco di neve si guarda intorno, imbarazzato per l?esitazione che lo ha spinto cos? lontano dai suoi fratelli: sono tutti schierati sulla schiena di Nuvola, impazienti di sentire la campana suonare per l?ultima volta.

– Non voglio lasciare Nuvola. ? casa nostra – risponde lui trattenendo le lacrime. Prova una malinconia cos? invadente che teme il suo peso possa bucare Nuvola e farlo cadere gi? prima del tempo.

– Hai ragione, Nuvola ? stata una buona casa per noi – dice la Mamma alzando gli occhi in alto con un sorriso agrodolce, chiedendo silenziosamente a Nuvola di intervenire.

– S?, ? proprio cos?. Vi ho tenuto al sicuro dai fulmini e dai venti troppo insistenti. Siete stati gli abitanti della mia soffice pancia – risponde Nuvola.

Fiocco di neve sente come un tenue calore dove poco prima c?era tristezza, perch? Nuvola ? la sua seconda mamma. Ma poi si sente ancora pi? perduto.

– E chi ci protegger? da oggi in poi? – domanda.

La Mamma prende fiato per rispondere, ma Nuvola la anticipa.

– Anche tu mi hai protetto sai, piccolino? –

– Io? – ripete lui incredulo.

– Se non ci foste stati tu e la tua Mamma nella mia pancia, cos? come i tuoi fratelli, non avrei mai potuto resistere al soffiare del vento. Ho avuto bisogno del vostro peso per trovare il mio equilibrio, la mia direzione. Mi sarei trovata molto lontana da qui, altrimenti, in un cielo a me sconosciuto – spiega Nuvola, abbassando una delle sue morbide braccia sulla testolina di Fiocco di neve per fargli una carezza.

– Quindi anche tu avrai un po? paura se noi ce ne andremo? – chiede lui.

– Un po? s?, avr? paura, ma ? cos? che deve andare. C?? un momento in cui tutti smettiamo di essere protetti e iniziamo ad avere cura degli altri. –

Anche la Mamma d? una carezza a Fiocco di neve, ma lui ? distratto, guarda con invidia tutti gli abitanti di Nuvola e pensa che nessuno abbia un destino spaventoso come il suo.

– Ma Mamma, perch? siamo destinati a cadere? Cadere vuol dire fallire, morire? vero? Vento, invece, pu? danzare in qualsiasi direzione, cos? come gli uccellini che ogni tanto vengono a farci visita. Perch? noi non possiamo scegliere? -?

Fiocco di neve smette di tremare, l?ombra di quella consapevolezza lo immobilizza.

– Questo ? un modo di vederla, piccolino, ma non ? detto che cadere sia una cosa cos? brutta. ? semplicemente andare dall?alto verso il basso: ? la nostra direzione, ecco perch? dobbiamo seguirla. Ognuno ha la sua direzione nel mondo. –

– E la direzione di Nuvola, Mamma, qual ?? –

– La sua direzione ? immobile, ma anche un vortice che soffia dentro la sua pancia. Ci contiene e ci fa muovere al suo interno, ma rimane ancorata al suo angolo di cielo. –

Fiocco di neve ascolta in silenzio e non dice pi? niente. Aspetta che quelle parole attecchiscano, come forse far? lui sulla Terra di l? a poco.?

– Mamma – dice dopo un po? Fiocco di neve.

– S?, piccolino? –

– Ho capito che devo accettare di cadere, che ? la mia direzione, ma? morir?? –

Nuvola si chiude un po? su se stessa, per tenere tutti i suoi abitanti vicini, in una stretta sicura. Sa che a questa domanda pu? rispondere solo la Mamma, non lei.

– Avrai una vita bellissima, piccolino. Scivolerai gi? dalla schiena di Nuvola e ti lascerai guidare da un gentile vento natalizio. Ci saranno tante di quelle luci che non puoi neanche immaginare, e pi? scenderai, pi? sentirai suoni nuovi e distinti, insieme a un piacevole tepore. Ti appoggerai su un tetto, sul palmo aperto di una mano, su un terreno asciutto. Avrai cura di proteggere la magia della notte di Natale. E poi, solamente dopo che i raggi tiepidi di tanti soli ti avranno accarezzato il viso, inizierai lentamente a scioglierti e a diventare acqua. Non morirai, piccolino, diventerai altro. La tua direzione cambier?, diventer? dal basso verso l?alto e dovrai imparare di nuovo, trovare il modo per tornare da Nuvola che ti avr? aspettato per tutto il tempo –

– Davvero Nuvola mi avrai aspettato? – domanda Fiocco di neve impaziente.

– Certo che ti avr? aspettato – lo rassicura Nuvola dolcemente.

Fiocco di neve ha altre paure, ma sente che il tempo delle domande ? finito. Sa che, una volta che sar? caduto, sar? difficile ritrovare la sua Mamma, che Nuvola non avr? pi? alcun peso a tenerla ferma nel suo angolo di cielo se tutti loro se ne andranno, e sa anche che lui potrebbe poggiarsi sul tubo di scarico di una vecchia auto o sull?escremento non raccolto di un animale. Ma ? la sua direzione, e serve una buona dose di sfrontatezza per percorrerla.

Tenendosi vicino al braccio della Mamma, torna ad affacciarsi verso la Terra. ? bellissima e silenziosa: ? come la pancia di Nuvola quando tutti dormono. ? in attesa. Ci? che pi? lo rende felice ? che dovr? avere cura di tutta quella bellezza, anche se solo per una notte.

Cos? quando la campana suona il dodicesimo rintocco, Fiocco di neve si fa coraggio e con grazia scivola gi? dalla schiena di Nuvola. Inaspettatamente si ritrova a ridere perch? in vita sua non ha mai fatto nulla di pi? divertente.

Per tutto il tempo della caduta guarda in basso verso la sua nuova casa: anche se sono ancora lontanissimi puntini neri, si sforza di immaginare gli occhi pieni di meraviglia di chi lo sta aspettando sulla Terra.

I suoi fratelli volteggiano disordinati intorno a lui: ? sicuro che molti abbiano gi? capito quale sar? la loro direzione, perch? si lanciano gi? veloci come proiettili, sicuri e fieri. Lui invece scende adagio, rallentato dalle sue silenziose esitazioni.

Poi avverte un piccolo strappo nella pancia e capisce che la Mamma si sta lentamente allontanando da lui, rubata da un vento che ? diverso dal suo. Chiss? dove finir?, che ne sar? di lei. Istintivamente allunga il braccio per tentare di afferrarla, ma seppur vicina, lei ? gi? altrove, irraggiungibile.

– Buon Natale, piccolino – dice.

L?istinto lo supplica di cercare liane di aria nella corrente per dondolarsi fino a lei, ma in fondo sente che non ? la cosa giusta da fare, che qualcosa sta cambiando dentro di lui. Ma cosa? Questo vorrebbe chiedere alla Mamma mentre fanno acrobazie nell?aria che piano a piano li dividono. Eppure decide di trasformare il piccolo tempo di quel dubbio in un sorriso per lei, un ultimo commosso saluto.

Fiocco di neve ? immerso in un silenzio assordante: non c?? pi? nessuno intorno a lui. Nessuno dei suoi fratelli, non la sua Mamma, solamente il sottile filo di aria che gli fa da cuscino. ? rimasto completamente da solo, terrorizzato pi? di quanto non fosse sulla schiena di Nuvola. Anche la Terra si sta lentamente spopolando, adesso che la neve ? ormai caduta. Fiocco di neve la guarda: una carezza bianca che ingentilisce il mondo. Com?? incantevole. Avrebbe potuto posarsi l? sopra come tutti gli altri gi? da un po?, ma in fondo non se ne dispiace, perch? le domande e il timore hanno sempre fatto parte di lui: sono ci? che lo rendono Fiocco di Neve

– Vento? –

– S?, piccolino? –

– Grazie per la pazienza e per avermi aspettato. Adesso sono pronto. –

Fiocco di neve improvvisamente non ha pi? alcuna paura di cadere e assecondare la sua direzione nel mondo. Sar? l?ultimo ad arrivare, ma che importa? La notte di Natale non ? ancora finita.

Nel silenzio distingue il sommesso lamento di un singhiozzo. Fiocco di neve si ritrova immobile, seduto sul ramo malato di un vecchio Albero che sta soffrendo. ? lontano dai suoi fratelli, ? lontano anche dalla sua Mamma; solo lui ? arrivato su quel povero ramo.

– Pensavo che non sarebbe arrivato pi? nessuno – dice Albero.

La sua voce ? piena di grumi, disabituata a parlare, stanca. Le sue parole sembrano un rimprovero per averci messo tanto ad arrivare e Fiocco di neve quasi si sente in colpa per quell?attesa prolungata… ma poi Albero, distratto, si lascia sfuggire un sospiro di sollievo: le piccole manine fredde di Fiocco di neve stanno alleviando il dolore della sua ferita.

– Buon Natale, Albero. -?

– Grazie, piccolino. -?

Fiocco di neve si accoccola su Albero, felice di aver imparato qualcosa sulla direzione che neanche Nuvola o Mamma gli avevano insegnato: che i ritardi e i dubbi, cos? come le paure e lo smarrimento, sono parti fondamentali della sua complessa traiettoria. Perch? non c?? mai stato altro centimetro di mondo a cui Fiocco di neve fosse destinato, se non quello in cui adesso finalmente riposa.

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Cara maestra

Una lettera comincia sempre
Con ?cara?, maestra mia
In alto a destra va la data
Ma che giorno ? oggi se ieri ? andato via?
Via come i mezzi di Roma, che cazzo, loro non passano mai
Sono scomparsi prima di apparire, un po? come fanno i sogni miei

 

E allora tu cosa farai da grande? Dimmi, il medico, il dottore
Ma se non so cosa far? stasera, mi sembra un presto per capire
E dai, maestra, vieni qui e gioca a nasconderti con me
Che questa volta li freghiamo tutti
Conta uno, due, tre

 

Siamo persi un po? come il giovane Holden
In viaggio ancora alla ricerca di chiss?
Cara maestra, qual ? il senso dei miei sogni?
O dimmi almeno se ?sto treno arriver?

 

Cara maestra, mi hai insegnato tanto
A difendermi dai guai
C?era uno stronzo che mostrava i denti
Correvo a piangere dai miei
Che poi negli anni lo capisci dopo
Che vinci anche se ti arrendi
La gentilezza li lascia in mutande
E ci fa diventare

 

Grandi non si diventa mai
Siamo sempre molto piccoli
Piccole lucciole in un campo
E siamo noi i bambini che le cacciano
E dai, maestra, vieni qui e gioca a rincorrerle con me
Che questa volta abbiamo vinto
Conta uno, due, tre

 

Siamo persi un po? come il giovane Holden
In viaggio ancora alla ricerca di chiss?
Cara maestra, qual ? il senso dei miei sogni?
O dimmi almeno se ?sto treno arriver?

 

Cara maestra mia, hai visto come passa il tempo?
A volte ti ci perdi dentro un quaderno di decenni fa

 

Siamo grandi un po? come il giovane Holden
Che va da solo alla ricerca di chiss?
E s? maestra, questo ? il senso dei miei sogni
Volare sopra i tetti di questa citt

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L’hai sempre saputo

L?hai sempre saputo che a mancarti di pi? sarebbe stata la sofferenza.
Che l?assenza in felicit? e in tristezza non si misura allo stesso modo, per niente.
Che il cuore ti si sarebbe fatto pi? piccolo sapendo di aver mancato un occhio sfinito dal pianto piuttosto che uno zigomo indolenzito per una risata.
Ogni tanto torni, e lo fai per mancanza, ma anche perch? hai paura che qualcosa stia andando storto senza che tu lo sappia, che tutto potrebbe andare a rotoli se solo tu non bussassi alla porta di casa di tanto in tanto.

E allora come hai fatto a lasciare tua madre con le lacrime agli occhi di fronte alla porta, scendere le scale con lo zaino in spalla, senza il minimo accenno a sollevare lo sguardo in sua direzione?
Sei andato contro te stesso, ecco come.
Perch? per tutto il tempo hai sentito che il tuo ombelico continuava a tirarti verso la cameretta dove sei cresciuto, eppure tu hai remato in direzione contraria.
Sei arrivato nel giardino e hai guardato le foglie gialle a terra. Ti hanno ricordato che ? la tua stagione preferita, che sei nato in autunno, che lentamente si muore, che la tristezza ? un sentimento poetico, ma non quando ? seminato nello sguardo di una madre.
Hai chiuso gli occhi e hai pensato che, nel naturale ordine delle cose, dovrebbe essere lei ad allontanarsi in mezzo a un tappeto di foglie gialle, lasciare orme, lentamente morire mentre attraversa le stagioni della vita, con la cura di farti sapere che, se fosse per lei, rimarrebbe con te per sempre.
Non dovresti essere tu ad andare via, adesso.

Cos? hai risalito le scale e hai bussato alla porta.
Quando lei ti ha aperto ha pensato che avessi dimenticato qualcosa, come al tuo solito: il mazzo di chiavi, la mascherina, il caricatore del cellulare. Avevi solo dimenticato di abbracciarla, invece. Anzi, lo avevi a malincuore deciso, ascoltando quel minuscolo risentimento pensato dalla mente, non dal cuore.
Poi hai abbracciato anche tua sorella, vi siete tenuti stretti tutti e tre per un po? di tempo. Siete stati una tenda calda e illuminata piantata nel mezzo di una notte gelida, vi siete riparati da tutto e avete pianto via ogni incomprensione.

L?hai sempre saputo che a mancarti di pi? sarebbe stata la sofferenza.
Ecco perch?, ora, ti fai questa promessa.
Forse non sarai sempre in grado di ascoltarti e uscire dalla porta di casa senza aver seminato un piccolo dolore. Ma sai che non ci saranno scale cos? lunghe da non poter essere percorse a ritroso per bussare, entrare, e fare un altro tentativo.

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Scrivi

?Pap? continua a scrivere, pap? continua, pap?.?
Questa maledetta voce continua a sbattere contro le pareti del mio cranio, un gesso che stride sulla lavagna. Non ce la faccio pi?. Devo scaricare. Serro l?indice in mezzo ai denti, mordo, chiudo gli occhi nella speranza che le orecchie possano accartocciarsi da sole. Isolarmi.
?Pap?, scrivi? mi urla contro.
Deglutisco. La saliva, unghie corte che graffiano un muro ruvido, lentamente, si consumano fino a scoprire la pelle. Le mia mani sanguinano e lasciano carne viva, fanno cadere la penna sul tavolo. Sono stremato, non posso continuare cos?.
Lui ? triste, come sempre.
Non ho ancora capito se si possa definire tristezza l?assenza che vedo riempire il suo sguardo. Ci sono tanti di quei termini simili… amarezza, malinconia, disillusione, delusione, perdita. A quale di questi dovrei associare i suoi occhi? Non so dirlo, non riesco a definire i confini di queste parole, comprendere il momento in cui l?una fluisce nell?altra, l?intersezione in cui possono fondersi e convivere, e allo stesso tempo le linee spigolose che le dividono inequivocabilmente. Semplicemente non riesco a pi? orientarmi tra le parole, ecco quanto ? annebbiata la mia vista.
?Pap?, ti sei fermato, continua a scrivere? incalza, quasi piange.
Povero figlio mio. Soffro mentre lo guardo cos?, disarmato. Solo in mezzo al mondo, ingenuo, confuso. So che le sue gambe fragili possono riuscire a tenerlo in piedi, ma lui non ne ? consapevole. L?unica cosa che vuole ? trovare rifugio tra le mie braccia, nel mio inchiostro. Ma io non posso pi? continuare cos?. Ho esaurito tutto, anche i pensieri. Ripetermi ? tutto ci? che faccio. Sempre la stessa storia. Ancora, ancora, e ancora. Mi sento una macchina.
?Pa??
Lo sta per dire di nuovo. Ho un?allergia a questa sillaba. Pap?. Pa. Pa. Una sillaba ripetuta. Non posso ascoltarla una volta di pi?.
Mi ritrovo in piedi, il ginocchio sbatte contro la scrivania, forse mi sono fratturato l?osso. I miei occhi lo divorano, l? seduto alla finestra, indifeso. Vorrei urlargli di scappare, di mettersi al sicuro, ma sono una bestia adesso. Non ho il controllo. Mi lancio su di lui, lo sollevo dal colletto della maglia. ? cos? leggero che lo potrei scaraventare fuori da questa finestra. Morirebbe di sicuro, prima attraversato dalle schegge di vetro, poi dall?aria dei cinque piani che lo separano dall?impatto. Invece lo sbatto per terra, sul pavimento. Le mie dita scheletriche non mi sono mai sembrate cos? forti come intorno al suo collo.
Non posso demordere. Basta emozioni da esorcizzare, da fermare nel tempo, da pulire.
Stringo. Sento le sue vene gonfiarsi per cacciarmi indietro tutta la pressione che sto esercitando sulla sua pelle, ma neanche questo mi fa desistere. Lo voglio uccidere. Voglio soffocarlo, una volta per tutte. O sar? lui a soffocare me. Sento le dita premere contro le corde vocali, bloccare il flusso d?aria che permette alla sua voce di chiedermi di scrivere. Non lo voglio sentire, mai pi?. Basta chiamarmi pap?. Basta scrivere. Basta tutto.
Piango – perch? mi ritrovo a piangere, che succede. Lui ? a terra, impassibile, e come se niente fosse si rimette a sedere. Le mie mani abbandonate lungo i fianchi – come sono finite qui, prima erano sul suo collo. Sono meno stanche, per?. Non sanguinano pi?. Riesco quasi a respirare. La bestia dorme.
?Pap?, ne ho bisogno. Scrivi, per favore, ti eri addormentato? mi dice dolcemente.
?Lo so piccolo mio, lo so. Ci sono qui io? gli sussurro nell?orecchio.
Va tutto bene, ha ragione, non ? successo niente. Solo un altro piccolo uragano, ma ? gi? passato. Sono io l?adulto qui e anche se preferirei correre, urlare, piangere, cantare, parlare, ballare, scappare, so che c?? un solo modo per potermi prendere cura di entrambi, l?adulto e il bambino: sedermi alla scrivania, poggiare la mina sul foglio bianco, ascoltare il mio corpo, e scrivere. Ancora, ancora, e ancora.

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Di spalle

Ti ho sognato, di spalle.
Le avevi basse, rilassate sul divano su cui te ne stavi sdraiato, lo sguardo perso oltre la finestra, i piedi accavallati e comodamente infilati dentro un paio di Vans, i lacci allentati.
Ricordo chiaramente di essermi chiesto cosa ci facevi l?, a pochi centimetri da me, appoggiato in una quotidianit? che sembrava tanto tua quanto mia. La tranquillit? della tua espressione, che indovinavo dal tuo viso a tre quarti, e l?abbandono con cui ti lasciavi sprofondare nei cuscini, facevano sembrare che te ne stessi l? a prendere il sole filtrato dai fori delle tapparelle, ad abbronzare la tua pelle come fosse stato il quindici di agosto in California, e non un luogo rarefatto nella mia mente.

Mi parlavi, di spalle.
Dovrei usare il plurale forse, perch? alla mia destra ricordo un altro divano, un?altra presenza, molto meno rilevante di te, piazzata l? solo perch? anche i sogni hanno bisogno di confini. Io in mezzo, scomodo, su una sedia, con il culo a riempire la conca poco profonda intrecciata nella paglia. Ti ascoltavo, calmo, senza capire se fossero le tue parole causa della mia quiete, o la mia quiete causa delle tue parole. Finalmente mi parlavi. Avevo la sensazione che le mie orecchie di solito tese, in attesa di captare qualsiasi tuo rumore, emettessero un segnale di pericolo che ti spingeva la voce in fondo alla gola, come un animale in una caverna umida, ma sicura.

Ti facevo ridere, di spalle.
Quando rispondevo alle tue domande o con prontezza mi imbucavo nelle tue frasi. Mi godevo quello spazio di pausa dai discorsi, mentre involontariamente il tuo corpo scosso dalle risate ti girava un po? verso di me per regalarmi una nuova prospettiva. E intanto mi facevo domande sui dettagli: la casa in cui eravamo era nostra? Oppure no, magari era solo mia o solo tua, o solo di quella presenza irrilevante sulla destra. Sar? stata di propriet? o, molto pi? probabilmente, in affitto. Pagata pi? a suon di conquiste che di rinunce, speravo.

Ti desideravo, di spalle.
Anelavo a quel piccolo vuoto sul divano, proprio dove la tua schiena rientrava dolcemente. La totale assenza di smania mi faceva sembrare pi? intelligente, credo, pi? risoluto, e allo stesso tempo mi animava dell?illusoria sensazione di poter scavalcare quella montagna che erano le tue spalle, per osservare meglio le forme del tuo viso, del petto e del quadricipite, delle ginocchia e degli occhi ? fino ai dettagli delle iridi e delle pupille.

Cercavo di capirti, di spalle.
Disegnavo la mia idea di te perch? ti somigliasse il pi? possibile, forzando con le dita linee che avevo immaginato altrove. Non avevo considerato che le idee sono creature libere, molto pi? dei sogni, e che subito si riappropriavano delle loro forme, cancellando con dolcezza tutti i pasticci che cercavo di tratteggiare maldestramente. Non volevano somigliare alla realt?.
Guardavo la mia idea di te svolazzare lontano, sgangherata, e farsi piccola piccola mentre ti veniva vicino, controluce. Non ho aspettato che ti raggiungesse e ti si posasse di sopra perch? avevo paura che potesse dissolversi al semplice contatto con la tua pelle, o addirittura ucciderti, tanto avreste potuto essere diversi; l?ho salutata nella mia testa, addio per sempre, e con il pollice e l?indice ad angolo retto puntati in sua direzione, ho sparato.

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Donna Canarino

Nove del mattino, metropolitana, linea verde, Milano.
Con lo stesso coraggio con cui Neo affronta gli Agenti del Matrix, conquisto un posto e mi siedo. La metro il luned? pi? che un mezzo pubblico somiglia a un trasporto merci, con gente appesa ai corrimano con la stessa vitalit? di salumi insaccati da mesi.
Ma qualcuno che d? segni di vita ancora c??, ed ? seduta di fronte a
me. Una donna, trentacinque anni portati male, una giacca di pelle gialla, decisamente troppo larga per le sue linee magre. Sembra un canarino grasso in mezzo a tanti piccioni smorti, o un raggio di sole fra le nuvole (cos? suona meglio). Si guarda intorno come in cerca di qualcosa, un briciolo di vita in quel deserto di volti spenti. Ma invece no, sta solo perlustrando il territorio. Cerca il momento giusto, lo trova. Tira a s? lo zaino che tiene in mezzo ai piedi ed estrae un oggetto ancora pi? bizzarro di lei: un porcellino-salvadanaio verde. Non posso credere che un momento cos? insolito passi inosservato agli occhi dei salami appesi intorno a noi. Sar? lo smartphone che hanno in mano a tenerli in vita. Ma io ci sono. La osservo come fosse una specie rara in via d?estinzione. Apre delicatamente il tappo sotto la pancia del fortino di porcellana e inizia a scuoterlo per far uscire tutto il tesoro. Le monete procedono disordinate verso la sua mano, fino a che non finiscono, ma la mia curiosit? non si arresta. Inizia a contarle, percepisco i calcoli fatti a mente dal suo sguardo attento.
Ma perch? lo sta facendo? Perch? qui? Perch? adesso?
Per un attimo penso a tutte quelle persone che ostentano la loro ricchezza con orologi costosi e vestiti firmati, metafore concrete del loro conto bancario. E poi c?? lei, umana senza vie di mezzo. Mostra ingenuamente ci? che ha???o che non ha???senza la necessit? di somigliare ad altri fuorch? se stessa. Una ostentazione perfetta, non voluta, non filtrata.
Bellissima.
Non voglio staccarle gli occhi di dosso.

Sei un bug perfetto, Matrix non ti ha ancora risolto.

Ma ecco che davanti a me si piazza un ennesimo salame appeso, farcito di giacca e cravatta. Intravedo a stento la sua giacca di pelle gialla tra i cappotti grigi. Ho bisogno di quel raggio di sole tra la nebbia. Ho bisogno di credere che ci sia ancora vita su questo Marte morto.
Dopo tre fermate passate in astinenza decido di alzarmi, ci sar? sicuramente qualche vecchia di cui non mi sono accorta che brama in silenzio questo scomodo pezzo di plastica.
Donna canarino, ti cerco. Voglio rivederti un?ultima volta prima che tutto questo diventi un divertente aneddoto da raccontare davanti a un caff?. Lascia che conti insieme a te le tue monete ancora per qualche fermata.
Dopo essermi incastrata per bene in questo tetris di persone la vedo di nuovo. Gli occhi puntati nel vuoto. Sta ascoltando l?annuncio ?Prossima fermata: Cadorna. Next stop: Cadorna?.
Devi scendere? Non scendere, resta.
E invece no. Si alza in fretta ma il treno ha gi? iniziato a frenare, una scossa imprevista fa cadere a terra parte dei suoi centesimi. Non sono nella posizione di poterla aiutare, ma qualche gomitata piazzata nei posti giusti e mi ritrovo accanto a lei.
Adesso a me la scelta. La aiuto per non farle perdere la fermata o non la aiuto cos? da poterla vivere ancora un po??
Dopo qualche istante di esitazione mi chino e inizio a raccogliere insieme a lei il suo tesoro disperso tra i piedi della gente. Ho sempre detestato gli uccelli in gabbia, non voglio essere artefice della reclusione prolungata di qualcuno che sicuramente sa volare. Terminiamo in tempo la ricerca, mi ringrazia velocemente e scende.
Grazie a te, volevo dirle, ma non ho fatto in tempo.
Quando ho alzato lo sguardo lei era gi? volata via.
Grazie a te, per questo momento di non ordinaria disarmonia.

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Spazio

Ho bisogno di spazio, anche io.

Come la mia piccola valigia di montagna, colma di oggetti utili e ingombranti. Li guardo ammassati a terra, un po’ dentro e un po’ fuori, gettati per caso, rimbalzati tra stanze di hotel non sempre cos? accoglienti.

Disordinati.

Hanno perso, con il passare dei giorni e del tempo soffocati al buio, stretti dentro cerniere di ferro, qualsiasi elasticit? o propensione ad essere educatamente riposti. Se ne stanno l?, svogliati – sfrontati, a tratti – e incapaci. Chiedono solo una cosa: spazio.

E intanto zampillano ovunque, come acqua da una bottiglia piena di fori, perch? nessuno di loro pu? essere lasciato indietro, abbandonato, n? tantomeno?pu? sopportare di essere schiacciato una volta di pi?. Bramano volume da occupare.

 

E allora faccio cos? anche io.

Mi sdraio a letto e ti guardo sfinito, senza energia, stremato da questo continuo tentativo di ripiegarmi?su me stesso e poi rassettarmi stiracchiandomi di qua e di l?. Ti chiedo spazio per potermi finalmente allargare, apparecchiare tutta la mia presenza intorno a te, anzi meglio, sopra di te, per capire se sei in grado di reggerne?il peso. Non ho scarpe da trekking o felpe pesanti da rovesciarti?addosso, ma intenzioni tradite, progetti silenziati, premure intrappolate nelle dita e sfoghi annegati nella saliva. Li ho tenuti pressati in un agitare corrosivo, ma ora li sento scivolare fuori da ogni dove.

 

Mi riverso ovunque,

e forse mi perdo un po’,

o forse finalmente mi ritrovo.

 

– Se prima quegli oggetti stavano in valigia, ci staranno anche adesso, no? Serve solo un po’ di ordine – ? questo che pensi, lo so. Mi ritieni un incapace che non riesce a tirarsi fuori da se stesso e vedere le cose dall’alto, con logica.

Ma come posso spiegarti che anche solo provarci sarebbe una violenza inaudita, che significherebbe riporre ogni oggetto in uno spazio che ormai non ? pi? il suo?

Che le cose si rovinano quando vengono forzate, si imbruttiscono.

Che alcuni processi si innescano, ma non ci si pu? soffiare sopra per spegnerli: bisogna lasciarli divampare affinch? lentamente si consumino.

 

Che non posso cambiare.

Che non sono ordine.

 

Che ho bisogno di essere assecondato, a volte, e non ridimensionato. Per non sfaldarmi.Che non sono maneggevole, ma che poi esserlo non ? tutto nella vita. Serve capienza, anche. Ingombranza. Presenza.

– Dai, muoviti con quella valigia che dobbiamo andare – dici.

E dal modo in cui frettolosamente cerchi di arginarmi?ancora una volta, capisco che s?, hai ragione, dobbiamo andare.

In direzione opposte.

E mentre improvvisamente ti sgonfi di fronte ai miei occhi, e ti fai piccolo piccolo, ti vedo per ci? che realmente sei: spazio bucato che non mi pu? pi? contenere.

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Fare sesso o non farlo

Chiss? se ti piace di pi? fare sesso o non farlo? mi hai chiesto dopo che il sesso lo avevamo gi? fatto.

Mi piace in egual misura, vorrei poter fare entrambe le cose, ho detto di getto.

Solo quando mi hai guardato con le sopracciglia leggermente franate verso il centro della fronte, mi sono interrogato sulla logica della mia risposta.

Si pu? amare una cosa e anche il suo contrario? Per esempio mangiare il cioccolato ma anche non mangiarlo. Porgere l?elemosina a un barbone e poi schiaffeggiarlo in malo modo. No, non ha senso.

A meno di ammettere che fare sesso e non farlo non sia un contrario, ma una somma, un completamento. Che sono cose totalmente diverse, in realt?. Possono sostituirsi l?una all?altra, escludersi, o semplicemente susseguirsi, proprio come ? successo a noi due.

Questo romanticismo mi disarma, hai aggiunto.

Non ? una questione di romanticismo, affatto, piuttosto un avvicendarsi di necessit?.

? pi? uno scollarsi, prima, un non aderire, come gli angoli di una figurina che lentamente si sollevano e si arricciano in uno spazio vuoto. Non compiacere un’immagine pulita, deformarsi con ferocia, agitarsi per liberarsi di una pungente inettitudine.

La voglia di tornare in s?, dopo, dentro i propri confini, di riconoscersi, che per me ? arrivata nell?esatto momento in cui hai annunciato che mi avresti preparato un caff?. Non me lo hai chiesto, me lo hai comunicato, e io ti ho segretamente ringraziato, perch? mi hai permesso di uscire dalla tua camera – due ore pi? tardi – perfettamente dentro al mio corpo. Non scombussolato, con una sbavatura attaccata alle spalle, ma in controllo. Ho preso in mano il bicchiere, ho respirato l?odore del caff?, e mi sono riappropriato della realt?.

Ci siamo visti per la prima volta qui, dentro queste mura, poco pi? di un?ora fa.

Ci siamo piaciuti, credo, e abbiamo studiato i nostri lineamenti per smascherare l?artificio proprio delle fotografie.

Abbiamo fatto sesso, su questo concordiamo.

E poi a te forse ? sembrato di parlare, mentre stavamo seduti uno di fronte all?altra sul tuo letto, ma in realt? quello che abbiamo fatto ? stato non fare sesso, anche se avremmo potuto ripeterlo un altro milione di volte.

Abbiamo scoperto le nostre voci non ridotte a sussurri ed era come se fossero nuove, mai ascoltate. Abbiamo spiegato i nostri argomenti, questa volta senza l?ansia che fossero brutalmente interrotti da un desiderio troppo spinto.

Cosa abbiamo fatto sulla soglia di casa quando ero pronto ad andare e tu mi hai dato un bacio, questo non lo so. Forse hai semplicemente assecondato una routine e io ti ho lasciato fare. In quel momento non avevo bisogno n? di uscire n? di entrare in me, ero in pace, esattamente dove dovevo essere, in un incerto spazio di possibilit? e desideri. Rannicchiato dentro la piccola paura che, chiusa la porta alle mie spalle, ci sarebbe stato solo il cercarci ancora o il non cercarci pi?.

E quelli s?, che sono contrari.

Quelli si, che si escludono.

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Partyre

La spinge contro il muro senza alcuna gentilezza o cura, con gli occhi gi? a fondo dentro la sua bocca. Quel corpo massiccio le si accascia addosso con una volgarit? e voglia che mi provocano un senso di nausea e rifiuto per quei due corpi estranei piombati senza preavviso nel mio ecosistema. Cerco di ignorarli, ma i loro movimenti sono onde che fanno chiaramente immaginare la loro eccitazione. Il mio corpo, invece, ? una spiaggia piatta, senza temperatura, su cui la spalla della ragazza lascia un?impronta quando accidentalmente mi urta. Non posso resistere un minuto di pi?.

Mi sposto di un passo a destra, sperando sia sufficiente ad allontanare quell?erotismo maleducato e, anche, il motivo per cui mi sono ritrovato appoggiato al muro senza alcuna compagnia. Non voglio pensarci. Mi concentro su altri movimenti, allora; quelli delle persone riversate nella sala e che a fatica distinguo nel fumo. Anche loro ondeggiano, ma in un modo completamente diverso, anestetizzato, disinteressato; come se far ciondolare le braccia e spostare impercettibilmente i piedi fosse un atto necessario alla vita quanto respirare, e non piuttosto un modo di divertirsi.

Per loro, lo vedo, la musica ? un luogo d?unione, un tappeto logoro su cui poter bere e fare conversazione, da calpestare senza particolare accortezza. Per me ? altro, qualcosa di opposto che ha a che fare con l?isolamento e l?attenzione totale. La lascio entrare e improvvisamente capisco che anche io voglio essere sbattuto contro il muro, dalle note; voglio essere schiacciato dal ritmo contro la parete fino a scomparire completamente dentro la carta da parati rossa. Non esserci pi?. Ridurmi a ghirigori eleganti e morbidi, senza pi? errori.

Un fascio di luce blu mi acceca, inizia poi a proiettare immagini sui muri e a setacciare la folla. Mi chiedo se sia alla ricerca di qualcosa, di qualcuno; se io sono alla ricerca di qualcosa, di qualcuno, o se sto solamente resistendo. Seguo la luce con lo sguardo per capire se c?? qualcosa che io riconosca, ma anche i visi delle persone a me familiari sembrano grotteschi, appesantiti da alcol e parole di circostanza. La cosa che pi? mi somiglia sono i bicchieri abbandonati sul tavolo, collosi e pieni di saliva, spostati da mani che non conoscono. Non credo sia un caso trovarli vicini a me, nell?angolo, abitanti della stessa piccola isola deserta.

Mi controllo la mano, il timbro c??. Potrei uscire in qualsiasi momento se solo volessi, eppure decido di rimanere. Voglio accumulare male fino a piangere, usare le lacrime come scivolo per far uscire tutto, tranne la musica? ma non ci riesco.

Mi faccio spazio tra i bicchieri vuoti e mi siedo tra loro. L?alcol sul tavolo ha formato una strana poltiglia che mi fissa il culo sul legno. Eccomi, ridotto a un corpo anestetizzato anche io, immobile. La luce blu riprende a vagare inquieta tra le persone, nel mio buio non riesce pi? a vedermi. Mi chiedo se sia alla ricerca di qualcosa, di qualcuno; magari proprio del mio corpo colloso e pieno di saliva, spostato da mani che non conosce.

?Allora stasera dormi da me??

Io la guardo e senza che lei possa capire, annuisco.

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Uscire di casa

Sono uscita di casa. ? stato strano.
Dopo pochi passi ho iniziato subito a piangere. Cercavo di smettere, anche perch?, diciamocelo, di questi tempi le lacrime possono essere molto pericolose! Cosa avrei detto alla polizia?
Si sarebbero arrestate? Mi avrebbero arrestato? Stai calma. Non esageriamo.
Continuavano a scendere imperterrite dietro gli occhiali da sole e la mascherina. Mi sentivo come Alice nel Paese delle Meraviglie, quando con le sue lacrime rischia di annegare tutto ci? che la circonda.

Volevo tornare indietro, ma un po? mi vergognavo. Cosa avrei detto ai miei genitori? Le biciclette mi fanno paura?
Non scherziamo. Su.
Pi? l?orizzonte si apriva sul centro di Verona e le distanze si allungavano, pi? tutto appariva tridimensionale e profondo. Era la stessa sensazione di quando indossi gli occhiali 3D: era come se le cose che mi circondavano rischiassero di venirmi addosso da un momento all?altro. L?acqua dell?Adige avrebbe potuto inghiottirmi per la sua irruenza, anche a decine di metri di distanza. Il sole batteva sulle Torricelle, tanto che avrebbe potuto bruciarle. Non le ricordavo cos? verdi e rigogliose.
La citt? che per cos? tanti anni avevo percepito troppo piccola per me vivendo a Milano, era all?improvviso immensa. Maestosa. Come la prima volta che avevo visto Parigi.

Eppure sembrava disabitata. Come se le persone che la percorrevano stessero visitando una citt? fantasma. Una citt? del far west.
Ho sperato di non incontrare nessuno che conoscevo. Era gi? tutto troppo strano cos?.
Mi ha chiamato il mio migliore amico. Camminare e sentire la sua voce mi ha calmato. Mi sono abituata. Mi sono abituata a un nuovo, vecchio modo di esistere.
Le spalle, prima cos? chiuse, iniziavano a rilassarsi, distendersi.
Sulla strada del ritorno sono tornata anche a sentirmi a mio agio. Ho rubato una rosa.
? stato strano. L?ho detto?
Forse ? stato bello.

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